La pioggia nel deserto più famoso del Marocco

L’arrivo alle dune dell’Erg Chebbi dopo chilometri di sassi e rocce, la notte nel deserto, la sveglia prima dell’alba. Il Marocco è una terra dolce che accoglie i visitatori col gusto dei datteri giganti a bordo strada, del tè alla menta e del caldo che non sfianca, con lo sfondo delle kasbah tra le dune, le vette dell’Atlante, le creste del deserto, i mercati dei villaggi. Ma è il sud del paese a regalare il meglio di sé, come una notte di pioggia in un deserto dove l’acqua è un bene che arriva dal cielo.

A Merzouga ci si arriva dopo ore di sassi e sole passate su una jeep che scavalca gli ostacoli. Il Marocco accoglie tutti col suo solito clima asciutto, col gusto del tè alla menta e dei datteri succosi venduti a bordo strada e accompagna lungo il tragitto da Marrakech ai piedi delle dune dell’Erg Chebbi attraverso kasbah e villaggi, mercati e gole. Le oasi incontrate sul cammino verso il profondo sud del Paese sono sprazzi di verde e luce: c’è disordine e pace, calma e frenesia in questa parte di mondo in cui il tempo sembra essersi fermato agli anni ’50 e la vita scorre placida. Il deserto – a vederlo per la prima volta – fa la stessa impressione dei grattacieli di una metropoli d’Occidente: ci si sente piccoli e insignificanti eppure parte di qualcosa, sempre minuscoli al cospetto della natura e dei venti che hanno soffiato sabbia tanto da creare creste alte fino a 150 metri. Quello che ci si aspetta è che sia strano: dormire in una tenda berbera, svegliarsi prima dell’alba per vederla scorgere tra le dune, accarezzare un dromedario. Quello che non ci si aspetta però è che piova: una benedizione da queste parti, che capita di rado, eppure, capita. Quando succede è sabbia in bocca e notte in bianco, in attesa che la luce entri dalle fessure dalla tenda per tirarsi su e vedere cosa è successo fuori dopo il passaggio dell’acqua, lì dove l’acqua non scende mai.

Dormire ai piedi delle dune dell’Erg Chebbi

All’Erg Chebbi si approda tradizionalmente dopo una visita al villaggio di Rissani, che tre giorni alla settima si anima per il mercato. La guida locale dice che il sud è il posto più vero del Marocco e al mercato di Rissani questa verità viene fuori tra le grida di chi contratta per portarsi a casa olive e pecore, asini e carne.

Erfoud è la città turistica che apre le porte alle dune dell’Erg Chebbi e se si ha la fortuna di arrivare da queste parti, una notte sotto le stelle è d’obbligo. Si dorme in una tenda berbera, in una delle tante sistemazioni presenti nella zona che brulica di visitatori. Sulle dune passeggiano i berberi, che accompagnano i turisti a spasso su quelle montagne altissime e raccontano come si vive da queste parti in cambio di una piccola offerta.

Per cultura, i berberi non possono accettare offerte in denaro (che pure sono necessarie per ringraziarli del loro lavoro di guida) se non in cambio di un dono: ci si porta a casa piccoli oggetti in madreperla, creati dalle mani di chissà chi. Sono oggetti indistruttibili come la potenza del deserto, che passano di mano in mano fino alla destinazione finale, dopo una passeggiata faticosa per raggiungere la vetta più alta e scoprire che in fondo non c’è nient’altro che sabbia. La fatica di risalire le creste più ripide è ripagata dalla cena in una delle kasbah che offrono ristoro a base di tajine e kafta, tutto al sapore di harissa (la tipica salsa marocchina piccante).

La notte cala presto ed è tempo di ritirarsi nel bivacco. Sono tende berbere che hanno accolto chissà quanti visitatori negli anni e che pure conservano un senso di calore e accoglienza che non si dimentica. Non c’è comfort, ma che importa: non capita molto spesso di lavarsi i denti con vista dune, con le stelle a fare da lume. La cosa incredibile accade nel cuore della notte: piove. Non è raro che la pioggia nel deserto cambi la faccia al profilo delle dune, con improvvisi temporali e forte vento che si abbattono sulle creste, soprattutto nelle stagioni di mezzo, e ne rimodellano i contorni. Si legge sui libri, ma starci dentro, in quella pioggia, è un’altra storia: quasi 600 chilometri separano da Marrakech, chissà quanti dal mondo “conosciuto” e l’unico rumore che si sente è quello delle gocce che scendono sulla tenda e i respiri di chi sta dormendo accanto. Potrebbe succedere tutto e allo stesso tempo non succede niente e questo è il bello di una notte così: si rimane sospesi nel tempo e nello spazio, protagonisti di un fenomeno atmosferico che da queste parti è un dono per cui ringraziare il cielo e non un imprevisto che blocca il traffico e manda in tilt la città.

La notte ai piedi delle dune dell’Erg Chebbi, nel Marocco del Sud, dura in eterno e passa in un soffio, come il vento leggero che tira pioggia sulla sabbia. Non c’è pace per il sonno, che comunque dura poco: se vuoi vedere l’alba spuntare, da queste parti, devi alzarti presto al suono dei gong dei berberi che rompono l’equilibrio tra notte e giorno che sorge. C’è molta gente che arriva qui, ma la sensazione di essere in un posto affollato scompare quando si trova posto su una cresta e si guarda il sole salire. Non c’è solitudine più bella da sperimentare che quella tra le dune del deserto, dove centinaia di persone sono lì per la stessa cosa eppure nessuno fiata in attesa di uno spettacolo così uguale e se stesso da millenni che pure non perde mai la sua magia.

Dopo la notte sotto la pioggia del deserto dell’Erg Chebbi solo un passaggio a Tamegroute nella provincia di Ouarzazate, pilastro della regione del Drâa-Tafilalet può dare conforto. Il centro è rurale ma vivissimo, abitato dalla popolazione tuareg: sembra lontano anni luce dal deserto e non soltanto 300 chilometri come dicono le cartine geografiche. Sta lì dal 1500, sempre uguale, fatiscente e suggestivo come solo i villaggi del Marocco sanno essere, costruito su tre livelli che si inerpicano su, fino alla luce. Qui si fanno le ceramiche più belle del Paese, dice la guida, e le si fanno come un tempo: in forni scavati nella pietra, poi i buchi nel terreno dove gira il tornio. Sempre a Tamegroute c’è la biblioteca coranica con i volumi più antichi del Paese. A contrasto con l’architettura del posto, tra terra e argilla, la contemporaneità della biblioteca è quasi di un altro pianeta. Fino a Ouarzazate e poi di ritorno a Marrakech è tutto un soffio: sono strade e vecchie locandine pubblicitarie, bambini che sorridono fuori dal vetro della jeep e beghrir a colazione. Resta un piattino di ceramica verde creato ai confini del Paese, i capelli impastati di sabbia e in bocca il gusto dolciastro di un dattero enorme che non va via, neanche sull’aereo del ritorno.

Fonte: lonelyplanetitalia.it – Giovanna Gallo